Cavalcanti, Calvino e il cielo

Talvolta senti il bisogno guardare al cielo, di togliere pesi ma non perdere la sostanza, di trovare un equilibrio alla densità interiore e alle forze che ti attirano verso il basso. Di guardare alla mostruosità della vita senza morire, come fa Persèo con la Gorgone attraverso lo specchio del suo scudo.

Ce lo insegna Italo Calvino nelle sue Lezioni americane alla sezione dedicata alla Leggerezza dello scrivere. La letteratura ci giunge in nostro aiuto, quando necessitiamo di leggerezza, e lo fa con degli esempi di raffinatezza formale che ci elevano verso l’alto nel leggerli, quasi a toccare il cielo, a tramutare in meraviglia anche la morte. Ecco che Pèrseo di Ovidio poggia la testa dell’orrenda Gorgone su di un delicato letto di foglie, e le foglie si tramutano in coralli: grazia e suggestione.

Poi c’è Guido Cavalcanti, l’amico di Dante, il poeta-filosofo con la mente sempre a contemplare l’intelletto e il divino e a parcellizzare le proprie passioni. Il poeta per cui l’amore è forza devastante e mortifera, ma è proprio la morte che Guido sfida con la leggerezza dei suoi versi, un sospiro dopo l’altro perfettamente calibrati negli endecasillabi ritmati e stilisticamente controllati. Boccaccio lo rende partecipe di una sua novella: c’è una brigata di giovani che scorrazza a cavallo per la città di Firenze; Guido cammina pensoso e li sente arrivare. Vogliono divertirsi con lui. Guido li rifugge: appoggia le mani su di un’arca di marmo, la salta e se ne va. Cavalcanti in realtà fa due cose: supera la leggerezza terrena, vacua e insensata, poi supera la pesantezza della morte con la leggerezza interiore di chi non perde mai di vista la sostanza.

È questo gesto leggero e improvvisato, questo movimento dal basso verso l’alto, questo non temere la morte che può salvarci dalla durezza della vita. Ce lo ricorda Calvino, che la letteratura è il nostro salto oltre la morte, verso il cielo.

Pubblicità

Resta con me

Tra i romanzieri che possiedono la capacità di leggere il lettore prima ancora che esso apra il libro, vi è Elizabeth Strout: vincitrice del Premio Pulitzer per la letteratura nel 2009, intensa voce femminile del facondo panorama letterario americano.

Resta con me di Elizabeth Strout è un libro che ha il titolo giusto: lo si sfila dalla libreria senza resistenze perché non c’è lettore innamorato che non abbia detto alla persona che ama “resta con me.” Un dolce imperativo che si irradia nel futuro dal presente, che dischiude molteplici prospettive.

Resta con me è una piccola Divina Commedia americana: non l’inferno, ma la devota comunità di West Annet nel Meine. Non Dante, ma il suo pastore, Tylor Caskey; non Beatrice, ma Lauren, la giovane sposa di Tyler, bellissima ma fragile, che lascia il marito e le due figlie per un male incurabile.

Strout accompagna Tyler attraverso il suo piccolo inferno interiore; insieme a lui, nel viaggio, alcuni abitanti di West Annet. Personaggi altrettanto tragici, voci corali del romanzo, che ora si avvicinano a Tyler, ora se ne allontanono, come fosse il baricentro del romanzo, forza centripeta e punto di fuga.

Al pari della Commedia dantesca, è la spiritualità a sostenere l’impianto del romanzo; così, nonostante la violenza del dolore pervada ogni dettaglio della narrazione, le pagine scivolano delicatamente sotto le dita del lettore. E i versetti della Bibbia in cui si imbatte sono tregua e respiro per sé stesso, oltre che per la storia.

Grazie a una scrittura senza fronzoli, Stout fa in modo che la storia di Tyler diventi la storia del lettore, di ciascuno di noi. Una storia che non si perde nella dannazione, ma che si apre alla salvezza. Una storia che esce a “riveder le stelle”.

A West Annet sta nevicando: la neve è luminosa, assume una sfumatura azzurra, imbianca il mondo e rinnova la superficie delle cose. Tyler la guarda. “Tutto gli pareva straordinario, l’odore familiare della bambina, il groviglio dei capelli sulla nuca, la casa silenziosa, i tronchi nudi delle betulle, la neve sul suo viso. Straordinario.”

Amare Philp Roth

Mi siedo in veranda: il cielo è terso e tagliente, l’aria pungente, la terra umida; le tinte della natura paiono infuocate.

Ecco, i romanzi di Philp Roth sono così: taglienti, pungenti, viscerali, infuocati, vertiginosi. Uno schiaffo, una scossa, un bagliore che illumina l’encefalo ma giunge fino alle viscere.

Ci si accosta a Roth quando si sente il bisogno di vivere una seconda vita ma intensamente, di lasciarsi attraversare e di attraversare una seconda realtà, di perdersi ma di ritrovarvi parti di sé; è il lettore ad essere letto dal libro che sta leggendo.

La scrittura di Roth è una scrittura scarna, senza filtri; potente e commovente nel suo realismo più crudo. Una scrittura policentrica, polifonica, vertiginosa. L’autore conduce il lettore, travolgendolo, da un piano narrativo a un altro; il presente si fonda col passato, l’analessi con la prolessi, il narratore esterno con quello interno, la focalizzazione si annulla.

Una volta addentratosi nelle sue pagine, il lettore ne rimane travolto: ora percepisce l’illimitatezza degli sconfinati paesaggi americani, ora la loro solitudine; ora tocca con mano le contraddizioni dell’America, fatte di sogni e illusioni; ora vive e respira insieme all’umanità che vive e respira nei suoi romanzi. Sente l’amore, sente il dolore. Amore e dolore tagliano, non lasciano indifferenti. Non vi è nulla di tiepido nella sua narrazione, tutto è potente.

Si apre quindi un romanzo di Roth per esserne avvinti, per salire su un’auto e cantare “goodbye Columbus”.

Leggere Lolita a Teheran

All’alba degli scontri armati tra la polizia iraniana e i giovani in protesta per la morte di Masha Amini, non vi è lettura più attuale e disvelatrice del romanzo autobiografico dell’autrice iraniana Azar Nafisi “Leggere Lolita a Teheran”.

Azar Nafisi, docente di letteratura presso l’Università di Teheran ai tempi della Rivoluzione islamica di Khomeini, ci offre un resoconto doloroso delle dinamiche che hanno condotto l’Iran fuori dal tempo in una dittatura dell’uomo sulla donna, della paura di cui la donna viene nutrita, del suo conseguente annullamento. Azar fa una scelta coraggiosa ed essa stessa fuori dal tempo: decide di creare un mondo altro in cui rifugiarsi assieme alle sue studentesse universitarie più sensibili; un mondo fatto di romanzi proibiti ed eroine con cui dialogare, confrontarsi, confortarsi. Azar ospita nella propria casa un gruppo di giovani donne di cui viene raccontata la spietata quotidianità: le loro discussioni letterarie si intrecciano con gli accadimenti personali, vissuti o ricordati. In quello spazio di intimità le giovani si spogliano ed emergono tra le pagine dolori silenzosi, strazianti. Tra le mura domestiche, per strada, tra gli amici, in prigione. Dolori a cui sono assuefatte.

La casa dell’autrice diviene così un angolo di cielo, perché offre a tutte loro gli strumenti migliori e più umani possibili per vivere in un mondo senza vita: i libri, la fantasia, la libertà.

Lolita è l’Iran vìolato nelle sue donne; Gatsby ne è il sogno e l’illusione; Daisy l’emancipazione, ma il suo triste epilogo; Jane Austin la libertà.

La lettura attraversa il lettore perché densa di significato. Ogni parola ha un peso, quello delle vite delle donne iraniane, della loro libertà sottratta, dei loro sogni, della ricerca della felicità; ogni parola è intrisa di realtà. In funzione di essa, la letteratura ne è il filo rosso, la via di fuga, l’orizzonte sconfinato oltre cui librarsi. Per Azar e le sue letterate, per il lettore.

Settembre 2022. Masha Amini viene arrestata dalla Polizia morale e condannata alla pena delle settantaquattro frustate. Masha Amini non sopravvive. Fuoriusciva una ciocca di capelli dal suo hijab. L’attivismo studentesco non tarda ad accendersi. Migliaia di studenti in protesta, migliaia di giovani reclamano un cambio di passo. Il mondo partecipa al dolore del popolo iraniano, fa sentire il suo grido di vicinanza.

Cosa resiste, agli occhi del mondo: un bacio. Augurio e speranza.